Il colpo di stato del
3 gennaio 1868


di Cristiano Suriani

L'imperatore Mutsuhito (Meiji)

Il 1868 fu un anno di svolta per il Giappone e, volendo, si può paragonarlo a quello che fu il 1917 per la Russia o il 1789 per la Francia. Un anno che rappresenta lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo Giappone che, proprio quell'anno, cominciò la rincorsa per raggiungere le grandi potenze occidentali. Il conflitto - apertosi quindici anni prima - tra i conservatori filo-imperiali e i sostenitori dello shogunato, aveva ormai raggiunto livelli di altissima tensione e poco mancava allo scoppio, come poi avvenne, di un conflitto armato tra le due parti.
Nel 1867 due eventi colpirono gli opposti schieramenti: lo shogun Tokugawa Yoshinobu - entrato in carica appena l'anno prima - rimise il mandato nelle mani dell'Imperatore, che non nominò il successore ponendo così virtualmente fine alla dinastia Tokugawa che aveva governato, incontrastata, dal 1603; il secondo evento traumatico, fu la morte dell'imperatore Komei con la conseguente salita al trono del figlio, non ancora quindicenne, Mutsuhito (imperatore Meiji).
L'anno 1868 si aprì con un evento traumatico e inedito per il Giappone; un gruppo di giovani samurai - provenienti principalmente dagli han del Satsuma, dell'Hizen e del Tosa (il Choshu si aggiunse in un secondo momento) -, in combutta con alcuni nobili della Corte, occupò il Palazzo Imperiale di Kyoto. I tre domini facevano parte della coalizione imperiale e si trovarono costretti a passare all'azione dallo stato della situazione; le dimissioni di Yoshinobu sembravano aver messo fine al lungo shogunato Tokugawa, ma il clan continuava ad esercitare il potere anche se privato del titolo di Shogun. L'alleanza filo-imperiale si decise allora a passare all'attacco e, agli inizi di gennaio, attuò il colpo di stato. Scopo dell'azione era indurre l'Imperatore a proclamare la restaurazione del suo potere.
E' interessante esaminare la figura di questi samurai che portarono a termine un gesto così clamoroso. Era un gruppo di guerrieri giovani, dotati di intelligenza non comune e tutti provenienti da ranghi medio-bassi. Dotati di grande pragmatismo e, data la loro giovane età, capaci di guardare al futuro, senza i legacci dovuti alla tradizione e alla cultura dell'antico Giappone. Con il colpo di mano abbatterono il vecchio governo del bakufu e ne instaurarono uno nuovo, sicuramente più al passo con i tempi: il governo oligarchico. Questo gruppo di uomini governò il nuovo Giappone in nome e per conto dell'Imperatore che continuava ad essere la fonte primaria di tutto il potere temporale e religioso. Ma lo scopo, dei nuovi governanti, era anche un altro; il Giappone aveva mostrato un grave ritardo nei confronti delle potenze straniere e c'era quindi la necessità di portare il Paese allo stesso livello politico, tecnologico, culturale dei grandi paesi occidentali. Per raggiungere tale traguardo, non restava che imporre, al Paese, drastiche ed epocali, riforme che poi portarono effettivamente il Giappone, nel giro di pochi decenni, a sedere a pieno titolo al tavolo dei grandi della Terra. Quindi, questi giovani ed intraprendenti oligarchi Meiji, a ben vedere, possono essere considerati i padri del Giappone moderno.
L'elenco completo degli oligarchi, comprendeva: Iwakura Tomomi, Saionji Kinmochi, Sanjo Sanetomi (provenienti dalla nobiltà di Corte); Godai Tomoatsu, Kuroda Kiyotaka, Matsukata Masayoshi, Mori Arinori, Okubo Toshimichi, Oyama Iwao, Saigo Takamori, Saigo Tsugumichi, Terashima Munenori (Satsuma); Inoue Kaoru, Ito Hirobumi, Kido Takayoshi, Omura Masujiro, Takasugi Shinsaku, Yamagata Aritomo (Choshu); Goto Shojiro, Itagaki Taisuke, Sakamoto Ryoma (Tosa); Eto Shimpei, Oki Takato, Okuma Shigenobu, Soejima Taneomi (Hizen); Hayashi Tadasu, Inoue Kowashi, Katsu Kaishu, Yokoi Shonan, Yuri Kimimasa (provenienze varie). In questa lista è possibile scorgere nomi che, negli anni e nei decenni successivi, scriveranno pagine importanti della storia del Giappone. Senza entrare nel dettaglio - di alcuni oligarchi parleremo approfonditamente in altri articoli -, possiamo citare, ad esempio: Iwakura (il più "anziano" del gruppo con i suoi 41 anni), Saionji (uno dei maggiori protagonisti della vita politica durante il periodo Taisho), Saigo Takamori (entrato nella storia come "l'ultimo samurai"), Yamagata (il fondatore del moderno esercito imperiale), Sakamoto (il padre della marina imperiale), Ito (uno dei padri della Costituzione Meiji), Okuma (più volte Primo Ministro), Kido (ebbe un ruolo importante nelle riforme Meiji).

Subito dopo il colpo di stato, tra gli oligarchi si aprì una vivace discussione circa il comportamento da tenere con l'ex Shogun. Una fazione - guidata da Okubo Toshimichi e Saigo Takamori era per l'abolizione completa dello shogunato e la confisca dei beni del clan Tokugawa; il gruppo più numeroso era invece per la ricerca di un compromesso con l'ex Shogun ed era disposta anche a richiamarlo a Kyoto dove l'Imperatore l'avrebbe nominato Consigliere Senior. La frattura era apparentemente insanabile; Iwakura si allineò sulle posizione di Okubo, ma gli han Tosa ed Echizen, seguaci della linea morbida, ottennero l'appoggio del Owari. Alla fine si trovò un compromesso: si decise per la destituzione di Tokugawa Yoshinobu e si autorizzava Owari ed Echizen a chiedere a Yoshinobu la restituzione delle sue terre che sarebbe stata condizione necessaria al suo eventuale reintegro nel governo del Paese. I giorni successivi videro una intensa mediazione portata avanti dai tre han moderati (Tosa, Owari e Echizen) per cercare di trovare un compromesso tra le richieste del governo e quelle dell'ex Shogun. Il governo, in pratica, aveva bisogno di notevoli entrate finanziarie e queste sarebbero state assicurate dagli enormi possedimenti del clan Tokugawa; più che la persona di Yoshinobu, il governo era interessato alle sue terre. Il 6 gennaio, per non esacerbare gli animi, Yoshinobu si ritirò nel castello di Osaka. Complice la malattia di Iwakura e gli "impegni" di altri daimyo, la posizione dei falchi, nel gruppo degli oligarchi, si fece difficile. A complicare la situazione arrivò il perdono imperiale del clan Mori (Choshu) e l'arrivo a Kyoto delle truppe di questo han che, dai tempi di Sekigahara (1600), covava vendetta nei confronti del clan Tokugawa. I domini di Sendai, Fukuoka, Hizen e Higo passarono dalla parte delle colombe e per il gruppo di Okubo la situazione era più che mai critica. Il Satsuma e il Choshu passarono all'hattaco e, sotto gli ordini di Saigo Takamori, organizzarono disordini ed incendi in varie città (Edo e Kyoto, principalmente) al fine di provocare lo scontro militare con le forze fedeli a Tokugawa. L'effetto fu quello voluto: l'ex Shogun mandò due colonne di rinforzi che vennero intercettate vicino a Kyoto. La successiva battaglia di Toba-Fushimi cambiò clamorosamente le carte in tavola. Le truppe shogunali erano nettamente superiori, come numero (15.000 contro 5.000), ma i filo-imperiali, composti da samurai del Satsuma, del Choshu e del Tosa, erano meglio armati e meglio organizzati. Lo scontro iniziò il 27 gennaio, ma già il 28 avvenne un fatto destinato a cambiare radicalmente la storia del Giappone; Iwakura comunicò a Saigo che Yoshinobu era stato dichiarato "nemico della Corte" e si autorizzava le truppe filo-imperiali ad utilizzare il gonfalone imperiale; inoltre il principe imperiale Komatsu Akihito avrebbe preso il comando delle truppe. Questo imprimatur imperiale cambiò la situazione; è innegabile la carica morale che ricevettero i soldati, ma anche molti daimyo filo-Tokugawa decisero di cambiare campo. La battaglia si concluse il 30 con la presa del castello di Osaka e la completa disfatta di Tokugawa Yoshinobu.
Questa vittoria - la guerra civile continuò fino al maggio dell'anno successivo - rafforzò enormemente il nuovo governo che ora poteva dare il via alle grandi riforme che avrebbero presto portato il Giappone a trattare alla pari con le grandi potenze occidentali.