Fumihiro Mitsuyama
storia di un kamikaze coreano

Fumihiro Matsuyama

Nel 1991, Fukumi Kuroda, un'attrice giapponese, fece uno strano sogno: sognò di aver incontrato, su una spiaggia del Kyushu, un giovane e sorridente ragazzo. Questi le disse di essere un pilota e di essere morto là . Non gli importava di essere morto in guerra - proseguì -, ma quello che gli dava dispiacere era di essere morto con un nome giapponese: era coreano. Kuroda, scossa da questo sogno, si recò nel Kyushu per parlare con la figlia di una ristoratrice molto popolare tra i piloti kamikaze della locale base. Tome Torihama - il nome della proprietaria del ristorante - era una sorta di madre per i giovani che avevano deciso di immolarsi per l'Imperatore: offriva loro l'ultimo pasto con i loro cibi preferiti, raccoglieva le ultime confidenze dei piloti, riceveva i biglietti d'addio che poi faceva avere ai famigliari o alle fidanzate. La figlia, sentendo la descrizione della signora Kuroda, ricordò di quello che le raccontava la madre, ormai morta: tra i frequentatori del ristorante c'era un giovane ragazzo, di 24 anni, che era solito mangiare da solo e che, il giorno prima della sua missione suicida, intonò l'Arirang una struggente canzone coreana d'amore e di separazione. Dalla descrizione del sogno, non poteva che essere lui. Il ragazzo si chiamava Tak Kyung-hyun o, citando il suo nome giapponese, Fumihiro Mitsuyama.

Facciamo un passo indietro. L'influenza del Giappone sulla Corea iniziò già nei primi anni dell'era Meiji. Nel 1905, a seguito della vittoriosa guerra con la Russia, venne siglato il Trattato di Portsmouth con cui, fra le altre cose, la Russia riconobbe al Giappone l'interesse militare, economico e politico sulla Corea. Gli Stati Uniti, in un accordo rimasto a lungo tempo segreto, riconobbero l'interesse del Giappone sulla penisola coreana - Tokyo, invece, riconobbe l'interesse di Washington per le Filippine. Nello stesso anno la Corea dovette accettare il protettorato giapponese. Le resistenze all'interno del paese furono forti, a partire da quella dell'Imperatore di Corea Gojong. Per contro il controllo nipponico fu sempre maggiore fino ad arrivare, nel 1910, alla firma del trattato di annessione che entrò in vigore il 29 Agosto di quel anno. La Corea divenne quindi parte integrante dell'Impero del Sol Levante. La dominazione giapponese, durata fino al 1945, fu spietata e raggiunse il suo culmine di durezza durante il secondo conflitto mondiale, quando decine di migliaia di coreani furono deportati in Giappone per lavorare nell'industria pesante. Particolarmente atroce fu la vicenda delle "donne di comfort": migliaia di donne coreane prelevate forzatamente dai campi dai soldati nipponici e messe a lavorare in bordelli gestiti dall'Esercito Imperiale giapponese. Sulla vicenda ci sono ancora molti punti da chiarire, ma ancora oggi Seoul reclama giustizia e verità su una delle pagine più nere del periodo coloniale giapponese in Asia. Nel 1939 e nel 1940 due ordinanze, la 19 e la 20, diedero la possibilità ai coreani di cambiare il loro nome e di sceglierne uno giapponese; fino ad allora non era permesso "giapponizzare" i propri nomi. La scelta di cambiare il proprio nome era su base volontaria e dietro il pagamento di una tassa; in Corea furono il 9,6% quelli che decisero di cambiare il proprio nome, mentre in Giappone i coreani che decisero di prendere un nome giapponese furono il 14,2%. Tak Kyung-hyun fu uno di questi.

Agli inizi degli anni '30 Tak e la sua famiglia si trasferirono a Kyoto a causa di problemi finanziari. Dopo gli studi Tak lavorò nell'industria farmaceutica e si innamorò di una infermiera coreana che viveva, anche lei, in Giappone. I due progettarono le nozze. La ragazza tornò in Corea per discutere con i genitori sull'organizzazione della cerimonia, ma non fece mai più ritorno: il padre considerò troppo pericoloso tornare in Giappone. Tak, nel 1943, entrò nell'Accademia Militare con la speranza di riuscire, diventando ufficiale, ad aiutare finanziariamente la famiglia. Arruolatosi, nel 1945, nelle Forze Speciali d'Attacco (kamikaze) andò incontrò al suo destino schiantandosi con il suo carico di esplosivo nei pressi di una nave da guerra americana. Tak Kyung Hyun fu protagonista di un documentario giapponese e di un film, "Hotaru" (Firefly) del regista Yasuo Furuhata considerato un dei miglior film nipponici del 2001. Il personaggio poi venne ripreso anche nel film "Ore wa, kimi no tame ni koso shini ni iku" (For Those We Love) di Taku Shinjo.
Furono diciotto i kamikaze coreani, anche se si sospetta che fossero di più. Per molti decenni, dopo la guerra, sono stati dimenticati e solo in questi ultimi anni, a seguito di vari incontri tra i governi di Tokyo e Seoul, si cerca di individuare i loro resti, i pochi che rimangono, e di portarli in Corea. In patria sono sempre stati considerati dei traditori per aver combattuto nell'esercito del paese che aveva così brutalmente dominato la loro patria. Alcuni storici coreani hanno sostenuto che loro fossero delle vittime in quanto costretti ad arruolarsi tra i kamikaze, ma la loro tesi suscita dei dubbi in quanto nessun soldato fu mai costretto ad arruolarsi nella Forza Speciale d'Attacco: i volontari erano così numerosi che non c'era bisogno di azioni di costrizione.