La vendetta dei 47 ronin
successi e critiche
Il 21 ottobre del 1600 si svolse la cruciale battaglia di Sekigahara nella quale l'esercito di
Tokugawa Ieyasu travolse quello dei seguaci di Toyotomi Hideyoshi. L'esito della battaglia
consacrò il Tokugawa come padrone dell'intero Giappone.
Di lì a pochi anni, nel 1603, il vincitore di Sekigahara venne nominato shogun inaugurando una dinastia che
sarebbe durata oltre due secoli e mezzo. Un arco di tempo passato alla storia come "Periodo Tokugawa" o
"Perioso di Edo".
Questo periodo, caratterizzato da un quasi completo isolamento dal mondo esterno, lo si può anche definire
pacifico per l'assenza di guerre di conquista o minacce dall'esterno. Ma questo non significa che, all'interno del
paese, sulle spade dei samurai siano cresciute le ragnatele, anzi.
In quei due secoli e mezzo, fino all'arrivo del Commodoro americano Matthew C. Perry, nel paese scoppiarono
decine di rivolte, più o meno grandi, sempre schiacciate però dal governo centrale. La causa
principale, che portava allo scoppio dei tumulti, era la cattiva condizione in cui viveva la popolazione oberata
dalle tasse che diventavano poi insostenibili negli anni di carestia e ciò capitava di frequente. Anche le
lotte per la successione nei vari clan era il pretesto per qualche scontro armato.
Il periodo Tokugawa era anche un periodo di stagnazione sociale, politica e tecnologica. Mentre l'Occidente andava
incontro ad un periodo di grande fervore sociale e scientifico - l'illuminismo, le rivoluzioni, l'era industriale -,
il Giappone rimaneva ancorato ad un mondo feudale: il paese era diviso tra i vari signori feudali - daymio - che
riconoscevano l'autorità centrale dello shogun che aveva la sua sede ad Edo. A Kyoto, invece, c'era
l'imperatore con la sua corte.
L'imperatore, in gran parte della Storia giapponese, non ha mai avuto grande importanza; la sua autorità gli
derivava in quanto discendente della dea del Sole Amaterasu, ma il potere effettivo rimaneva nelle mani dello shogun
che, almeno nominalmente, governava in suo nome.
L'imperatore aveva una forte autorità morale e per questo
lo shogun cercava il suo avvallo per attuare la sua politica.
Dicevamo che in questo periodo Tokugawa, se si eccettuano le rivolte popolari, furono molto pochi gli eventi violenti
degni di nota. Uno dei più conosciuti è certamente la vendetta operata dai 47 ronin contro Kira
Yoshinaka, funzionario shogunale, che, dopo averlo umiliato ripetutamente, portò il loro padrone, Asano
Naganori, a compiere il seppuku (
Leggi l'articolo).
Ogni anno il 14 dicembre, nel tempio di Sengakuji - dove si trovano le tombe dei 47 ronin -, si svolge un festival
il quale attira migliaia di visitatori che vengono per pregare su queste tombe. Tuttora in Giappone c'è un grande
rispetto e ammirazione verso questo gruppo di samurai per la nobiltà del loro gesto, la perseveranza con cui
hanno raggiunto il loro scopo, la lealtà che hanno dimostrato verso il loro padrone ed infine per il loro
sacrificio finale. Per queste ragioni non deve stupire che la storia dei 47 ronin fosse particolarmente apprezzata
dalle gerarchie militari negli anni '30 e '40.
Molti hanno anche considerato questa vicenda come un perfetto esempio del Bushido - il codice di comportamento del
perfetto samurai -, ma sono state fatte delle giustificate osservazioni su questo punto.
Lo scrittore Yamamoto Tsunetomo, autore di quell' "Hagakure" che è l'opera letteraria simbolo dello
spirito del Bushido, ritiene che Oishi - il comandante del gruppo di ronin - fosse troppo ossessionato dalla
ricerca del successo dell'azione per poterlo annoverare tra i perfetti samurai. Per il Bushido non c'è
differenza tra vittoria e sconfitta; quello che conta, è il coraggio, la nobiltà di chi compie
l'impresa. Secondo Yamamoto la vendetta doveva essere tentata subito, immediatamente dopo la morte di Asano, anche
se questo avrebbe potuto portare ad una quasi inevitabile sconfitta. Oishi aveva messo in piedi un piano che solo
dopo un anno portò al compimento della vendetta: un tempo troppo lungo.
Yamamoto si fa una domanda: cosa sarebbe successo se Kira Yoshinaka fosse morto di malattia dopo pochi mesi dalla
morte di Asano ?
I ronin non avrebbero mai portato a termine la vendetta e sarebbero passati alla Storia come un gruppo di ubriaconi
che, invece di vendicare il loro padrone, sono diventati mercanti, sacerdoti, si sono messi a bere e andare a
prostitute: un comportamento inconcepibile per un samurai.
Altro punto controverso riguarda gli ultimi giorni del gruppo di ronin; un vero samurai, dopo aver compiuto la
vendetta, e dopo aver reso omaggio alla tomba del loro signore, si sarebbe ucciso senza tentennamenti. Invece Oishi
e i suoi hanno aspettato la sentenza dello Shogun quasi che sperassero in una punizione mite, di rimanere in vita.
Il samurai non ha paura della morte, anzi: una morte per seppuku è un onore a cui tutti i guerrieri dovrebbero
aspirare. La prigionia, la fuga, la resa sono inconcepibili per un samurai, fonte di alto disonore per lui e per la
sua famiglia: molto meglio il suicidio da uomini liberi piuttosto che anni passati in carcere.
Comunque, nonostante questa diatriba, la popolarità dell'impresa dei 47 ronin - ancora oggi - è molto
alta. Non si contano le rappresentazioni teatrali, televisive e cinematografiche incentrate sulla storia di Oishi e
dei suoi:ronin una storia ricca di fascino, pathos e di valori nobili che hanno da sempre fatto presa sui Giapponesi.

