Tetsuro Ahiko
una strana storia
Il 9 agosto 1945 l'Unione Sovietica diede via all'operazione Tempesta d'Agosto: l'invasione della Manciuria
che era ancora sotto il dominio giapponese. Nell'ambito di questa operazione, l'11 agosto, le truppe sovietiche
occuparono la penisola di Sakhalin, preludio ad un probabile sbarco sull'isola di Hokkaido che poi, per fortuna, non
avvenne. Quattro giorni dopo il Giappone si arrese ponendo così fine alla guerra del Pacifico e al secondo
conflitto mondiale. Dopo la guerra la penisola di Sakhalin rimase in mano sovietica e, nel 1948, i giapponesi
rimasti intrappolati nella penisola vennero rimpatriati. Qui iniziò l'odissea di Tetsuro Ahiko.
Aveva sedici anni, Tetsuro, all'epoca dei fatti. Durante le operazioni di riconoscimento, prima del rimpatrio, per
un errore di trascrizione, il suo nome, sulla lista in mano alle autorità, non combaciava con il nome sui
documenti in possesso del ragazzo. In attesa della conclusione delle indagini, rimase in cella per sei mesi. Come
tutti gli altri prigionieri, venne picchiato dai soldati che cercavano informazioni e, oltretutto, Tetsuro, non
sapendo il russo, era impossibilitato di comunicare con i suoi carcerieri. Arrivò il processo e la sentenza fu
tremenda: dieci anni di lavori forzati in Kazakhistan. Dopo un interminabile, e allucinante, viaggio in
treno, arrivò a Pavlodar dove rimase un mese in attesa di essere assegnato a qualche campo. L'ordine
arrivò e venne mandato ai lavori forzati nella miniera di Rame a Jezkazgan. Le condizioni di vita, come era
prevedibile, erano pessime. Come tutti i giapponesi detenuti nei campi dell'Unione Sovietica, anche Tetsuro sognava
il ritorno in Patria. Possibilità che si prospettò nel 1956 quando venne rilasciato dalle autorità
sovietiche. Ma il destino non aveva finito di prenders gioco di Tetsuro Ahiko e così il suo nome,
probabilmente per un altro errore burocratico, non venne incluso nella lista dei rimpatriati in quello che poi venne
considerato l'ultimo massiccio rientro di prigionieri giapponesi dall'Unione Sovietica. Tetsuro venne classificato
come prigioniero politico e ogni tre mesi aveva l'obbligo di presentarsi alla stazione di polizia di Aktas.
Gli furono ritirati i documenti personali e quindi si trovò nell'impossibilità di trovare un lavoro
regolare. Per sopravvivere, Tetsuro, era costretto a cibarsi degli avanzi del pasto degli altri minatori e, a
peggiorare la situazione, il clima era inclemente; d'inverno la temperatura arrivava facilmente a -30 gradi. Per
dormire si stendeva sul pavimento nella locale base militare. Naturalmente non aveva soldi nè per comprare cibo e
nè per acquistare vestiti. Finalmente riuscì a trovare lavoro in una industria cementifera; conobbe una donna
russa, Katya, che sposò e che gli diede due figli. Sul finire degli anni'50 ricevette una lettera da suo
padre - che era finalmente riuscito a rintracciarlo - che gli chiedeva di tornare in Giappone. Tetsuro, che ormai
in Kazakhistan aveva un lavoro e una famiglia, declinò l'offerta. Il tempo passò e ormai aveva
saldamente messo radici nella nuova realtà aveva perfino dimenticato l'uso del giapponese. Nel 1989
crollò l'Unione Sovietica e, di conseguenza, i rapporti con il Giappone migliorarono. Cinque anni dopo venne
contattato dall'Organizzazione Giapponese dei Compatrioti di Sakhalin che si occupava di ritracciare tutti i
giapponesi che vivevano nella penisola di Sakhalin. Grazie a questa organizzazione, per la prima volta dalla fine
della guerra, tornò in Giappone per incontrare, a Sapporo, i suoi fratelli e le sue sorelle. Un secondo
viaggio Tetsuro lo fece, nel 1996, con la figlia Irina. L'Organizzazione dei Compatrioti di Sakhalin gli fece varie
proposte per tornare a vivere in Giappone e le offerte erano allettanti: una pensione mensile, una casetta nell'
isola di Hokkaido, un corso di giapponese per le figlie, ma, puntualmente Tetsuro Ahiko rifiutò qualsiasi
proposta. Ormai il Kazakhistan, nonostante le difficili condizioni di vita, era la sua casa: aveva una pensione
duramente sudata, una famiglia numerosa e il Giappone, ormai, era diventato per lui un Paese straniero.
Adesso Tetsuro Ahiko, che nel frattempo si è risposato, è un tranquillo pensionato di ottant'anni, vive
in un modesto appartamento in stile sovietico e, di tanto in tanto, si reca in gita di pesca in qualche lago nelle
vicinanze.
E' l'ultimo prigioniero di guerra giapponese a vivere nei territori dell'ex Unione Sovietica.

