La pena di morte
Tra i Paesi maggiormente industrializzati - quelli che compongono il gruppo dei G8 -. solo negli Stati
Uniti ed in Giappone ancora vige la pena di morte.
In Giappone la pena capitale viene comminata tramite impiccagione e questo argomento ha costituito, e costituisce,
motivo di attrito tra il governo di Tokyo e le organizzazioni, nazionali ed internazionali,
che si battono per i diritti umani.
La massima della pena viene applicata solo per i delitti più gravi: l'omicidio multiplo o anche per
omicidi singoli, ma particolarmente efferati. Secondo il codice penale nipponico non si può condannare
a morte un minore (meno di 18 anni), ma è capitato in passato che siano state eseguite pene su giovani di 19 o 20 anni -
la maggiore età in Giappone si raggiunge ai 21 anni.
Nel 2009 ci sono già state 9 esecuzioni capitali - l'ultime tre risalgono al 28 Luglio -, ma sono ancora un centinaio i
detenuti condannati alla pena capitale che aspettano di essere giustiziati.
In teoria, secondo l'articolo 475 del Codice Penale giapponese, la pena di morte deve essere eseguita
entro sei mesi dalla data di rigetto dell'ultimo appello, ma, se c'è una richiesta per la grazia o per
la rièetizione del processo, questa regola non si applica. Quindi non è raro il caso di detenuti che, nel braccio della
morte, aspettano per anni, se non addirittura per decenni, il loro turno.
L'esecuzione della pena di morte deve comunque essere firmata dal Ministro della Giustizia.
Al condannato a morte viene comunicato il momento dell'esecuzione solo qualche ora di anticipo. Fino
al Dicembre del 2007 le autorità non comunicavano neanche i nomi delle persone impiccate se non ai parenti e all'avvocato,
ma sempre comunque ad esecuzione avvenuta.
Tra la popolazione è largo il sostegno alla pena capitale e favorevoli sono anche i principali organi di
stampa. Esistono, naturalmente, gruppi che si battono per l'abolizione della pena di morte o, quantomeno, per un
miglioramento delle condizioni dei condannati a morte.
Nel Paese, quindi, non si discute tanto sull'abolizione o meno della pena capitale quanto piuttosto delle condizioni di
quelli che devono attendere il loro destino nel braccio della morte.
Ora, in effetti, i condannati a morte vivono in una condizione di particolare crudeltà. Vivono in isolamento in celle
strette e buie, hanno solo due momenti, nella settimana, per fare attività fisica, in cella non possono avere tv o
computer, ma solo tre libri. Spesso devono attendere anni prima di salire sul patibolo. La cosa peggiore è il non sapere la
data esatta della propria esecuzione: ogni giorno potrebbe essere l'ultimo. Questa tortura mentale, insieme alle condizione
di vita dei condannati, ha portato spesso il Giappone ad essere sotto accusa da parte di organizzazioni, come Amnesty
International, che si battono per i diritti umani.
Come abbiamo visto è il Ministro della Giustizia che deve firmare le ordinanze di esecuzione della pena capitale. Spesso
quindi il numero delle condanne eseguite è a discrezione del Ministro; se personalmente è contro la pena capitale, non
firmerà nessuna ordinanza, se è favorevole, le firmerà senza troppi rimpianti. Questo anteporre le credenze personali ai
propri obblighi verso la società ha causato non poche critiche verso quei ministri contrari alla pena di morte.
Altra critica che si rivolge al Giappone è quella di procedere alle impiccagioni durante le ferie e nei momenti di
chiusura del Parlamento per evitare il sorgere di dibattiti, nel Paese o nel mondo politico, sulla liceità della pena di
morte.