Il teatro Kabuki
Dal periodo Edo ai nostri giorni
Prima dell'avvento del teatro Kabuki, in Giappone esistevano due forme di teatro: il Noh, con il suo
contraltare comico, il teatro Kyogen, e il teatro di burattini, il Bunraku. Il teatro Noh era considerato una forma
d'arte di elevata qualità e godeva dell'appoggio dei daimyo e dell'alta aristocrazia. Il Bunraku, invece, era
un teatro più popolare che era in auge già durante il periodo Heian (794 - 1185). Il teatro di burattini
e il Kabuki vissero un periodo di rivalità e collaborazione che portò, come vedremo, ad influenzarsi a
vicenda.
Per il Kabuki, dopo la messa al bando dell'Onna-Kabuki e del Watashu-Kabuki, venne il momento di voltare pagina e di
diventare più maturo, come lo divennero gli interpreti di quest'arte. Il cambiamento fu radicale, non solo
anagrafico. Vennero abbandonate le scenette, gli sketch, i numeri acrobatici e di danza in favore di vere opere
drammatiche, di largo respiro. La figura dell'Onnagata si perfezionò e nacquero attori specializzati
nell'interpretazione di ruoli femminili. E' in questi anni che furono costruiti i primi grandi teatri di Kabuki a
Tokyo e nel Kansai. Le rappresentazioni si dividevano in tre grosse categorie: i drammi storici (Jidimono), la vita
quotidiana dei popolani (sewamono) e spettacoli di danze (shosagoto). Per le restrizioni imposte dal regime
Tokugawa, e fino all'avvento del periodo Meiji, vennero rappresentati prevalentemente drammi storici
(in particolar modo la guerra Gempei e le avventure di Yoshitsune Senbon Zakura). Come i due suoi
predecessori, il Yaro-Kabuki rimase fedelmente ancorato ai gusti popolari del ceto medio-basso. Ad Edo, teatri
quali il Nakamura-za, l'Ichimura-za e il Kawarazaki-za vennero costruiti nel quartiere più popolare della
capitale; un quartiere (Yoshiwara) ricco di bordelli e di Case del Thè, un quartiere che noi oggi chiameremo
a "luci rosse". Nel 1841 scoppiò un rovinoso incendio che rase al suolo i tre teatri. Lo Shogun colse la palla
al balzo e, adducendo il mancato rispetto delle norme anti-incendio, non diede l'autorizzazione alla ricostruzione
dei teatri che vennero perciò trasferiti in periferia ad Asakusa.
Nonostante il teatro Kabuki fosse tollerato dai Tokugawa, non corse mai buon sangue tra il potere e quest'arte
popolare che riscontrava sempre maggior successo tra il popolo, ma che minacciava di diventare un fattore di
destabilizzazione; inoltre il mercato della prostituzione, che ruotava attorno a questi teatri, era assai mal
tollerato. Ad Asakusa, che divenne il centro nevralgico, il Kabuki vi rimase fino al termine dell'era di Edo; con
l'avvento dell'epoca Meiji, i teatri ritornarono nel quartiere di origine. La dislocazione del Kabuki in una zona
periferica non fu, come speravano i Tokugawa, un colpo mortale a questa forma d'arte, anzi; nella seconda metà
del periodo di Edo, il teatro Kabuki visse il suo periodo d'oro: raccolse attorno a se artisti come Utagawa
Hiroshige; nacquero le prime "star" di questa arte: gli attori Ichikawa Danjuro I (creatore dello stile
Arogoto), Ichikawa Kodanji IV e Kawatake Mokuami, lo sceneggiatore Tsuruya Nanboku IV. Fu in
questo periodo che si accentuò la collaborazione con il teatro Bunraku. In quegli anni sia il teatro Kabuki
che il teatro Bunraku erano all'apice della loro storia e ambedue erano forme d'arte popolare che raccoglieva i
consensi più entusiastici tra gli strati medio-bassi della società sebbene fossero in competizione tra
loro, non mancarono i punti di contatto per una proficua collaborazione e per un vantaggioso influenzarsi a vicenda.
Il grande sceneggiatore Chikamatsu Monzaemon scrisse opere sia per il teatro Bunraku che per il Kabuki.
Spesso fu proprio il Kabuki ad essere influenzato dal teatro di burattini. Opere che riscuotevano grande successo
nel Bunraku, venivano poi adattate per il Kabuki. Queste due forme teatrali si influenzarono a vicenda anche negli
accorgimenti tecnici, nello sviluppo delle storie; fu, insomma, una sana rivalità in cui sia il Kabuki che il
Bunraku trassero profitto.
Era il periodo di massimo splendore per il teatro Kabuki. I più grandi attori e registi erano delle vere e
proprie star e come tali osannati dal popolo. Addirittura alcuni attori, come, per esempio, Ichikawa Danjuro
VII, furono banditi da Edo a causa della loro vita troppo lussuosa.
Sebbene i drammi storici erano quelli maggiormente rappresentati, molte furono le storie, spesso drammatiche, che
riguardavano la vita quotidiana nella società medio-bassa; nacquero vari sotto-generi a seconda del tipo di
storia: i Kizewamono in cui si descrivevano la crudeltà, la sensualità e la decadenza della bassa
società del periodo Edo; i Kaidanmono erano le storie di fantasmi; i Shiranamimono erano drammi che
raccontavano le gesta dei criminali. Sono solo alcuni esempi della creatività di quest'arte nel periodo di suo
massimo splendore.
Con la fine del periodo di Edo, e con la caduta degli Shogun Tokugawa, per il teatro Kabuki arrivò un periodo
di temporanea crisi. l 1868 segnò la fine di un'epoca; finiva un isolamento quasi totale imposto dai
Tokugawa. L'apertura all'esterno portò con se una grande curiosità dei giapponesi verso le mode
occidentali e verso tutto quello che arriva da Oltremare. Per contro persero importanza, agli occhi dei giapponesi,
tutti i riferimenti tradizionali e, con esso il teatro Kabuki. Ma il declino durò poco. Il Kabuki seppe
resistere all'impatto con un nuovo mondo; nuove storie, più moderne, vennero incontro ai nuovi gusti del
popolo. I grandi esponenti continuarono ad essere idolatrati ed, inoltre, questa forma di teatro, attirò
l'interesse degli stranieri che ormai, sempre più massicciamente, arrivavano in Giappone. I grandi teatri di
Asakusa tornarono nella loro sede originaria e, il 21 aprile 1887, per la prima volta nella sua storia, un
Imperatore (Meiji) assistette ad una rappresentazione Kabuki.
Durante il periodo Meiji ci fu un notevole riavvicinamento tra il governo di Tokyo e questa arte della tradizione
giapponese. Il Kabuki, a partire dagli anni '30 del XX secolo, sostenne il governo militare. Poi arrivò la
guerra e con essa la tragedia dell'atomica e la distruzione del Giappone.
Il dopoguerra fu difficile per il Kabuki; a causa dell'appoggio dato al governo militare, le autorità
americane lo bandirono. Gli americani, inoltre, temevano che certi spettacoli, che glorificavano lo spirito
dell'antico Giappone, potessero creare dei problemi di ordine pubblico. Il bando, però cadde presto, e,
faticosamente, il Kabuki riprese con i suoi spettacoli; ma la popolazione, in quegli anni, era diversa da quella di
prima della guerra. Quei primi anni del dopoguerra, furono molto difficili e la maggior parte della popolazione era
costretta a lottare, giorno dopo giorno, per la sopravvivenza: aveva poco tempo, e poco interesse, per gli svaghi;
oltretutto rifiutava tutto quello che, in qualche modo, era legato al passato. Ma il bando durò poco e, per
gli inizi degli anni '50, vennero ricostruiti i principali teatri. Una nuova generazione di attori si affiancò
alle anziane star del Kabuki.
Nei decenni successivi molti attori Kabuki cominciarono a partecipare, come attori, anche in produzioni televisive e
cinematografiche. Rompendo la tradizione, alcune compagnie assunsero anche attrici femminili, con buona pace dei
puristi. L'Occidente non tardò a manifestare il suo interesse per quest'arte così tradizionale e
affascinante; iniziarono le tournee mondiali che portarono gli spettacoli Kabuki negli Stati Uniti e in Europa,
sempre con grande successo. L'introduzione di auricolari, per gli spettatori, ha contribuito alla diffusione di
quest'arte scenica anche tra le persone impossibilitate a capire la lingua giapponese.
Oggi il teatro Kabuki, seppure lontano dai fasti della seconda metà dell'epoca di Edo, ha ancora un notevole
seguito di entusiastici ammiratori: secondo le ultime stime sarebbero, in tutto il Paese, circa tre milioni i fan
del Kabuki che, tra le varie forme teatrali del Giappone, rimane il più conosciuto, e seguito, in Patria e
all'estero.
Dal 2005 il teatro Kabuki è stato inserito nella lista dei "Patrimoni orali e immateriali" dell'Unesco.

